La conosciamo tutti quella sensazione.
Il corpo pesante, il petto che sembra richiudersi in se stesso, quel senso di vergogna che ci opprime e l’istinto di andare a nascondersi sotto le coperte.
Perché abbiamo fallito in qualcosa.

Siamo esseri umani. E falliamo.
C’è chi vuole raccontarlo per sfogarsi, chi invece lo prende e lo nasconde dentro di sé sperando di non doverlo rivedere mai più.
Ma è lì, come una bestiolina pelosa tra le mani, nera, cupa, viscida, schifosa.
E che cosa ci dobbiamo fare con lui?
Io dico: laviamolo!

Premetto una cosa: un fallimento va riconosciuto fino in fondo, non solo per lagnarsi. E quando dico fino in fondo intendo “capire che stiamo sbagliando” ed “iniziare ad agire per sfuggire a quella situazione” senza nascondersi dietro a scuse o giustificazioni.

Detto ciò, è capitato anche a me molto spesso – e per molto tempo – di sentire addosso il peso del fallimento e più di una volta sono ricorsa ad incanti. Sbagliati.
A loro modo avevano anche funzionato, ma non erano ciò di cui avevo bisogno. E soprattutto, non erano ciò che volevo veramente. Ma quello che pensavo di volere.
Ho fatto incanti di allontanamento. Per una persona. Per più persone.
Ho dedicato candele ai buoni propositi.
Ho visualizzato di estrarmi lo schifo che sentivo dentro come una lama nera e tossica.
Bene. Magari erano buone iniziative.
Ma non sono durate.
Le persone tornavano. I buoni propositi scemavano e lo schifo si riformava.
Non stavo risolvendo nulla.

Ho fatto molte domande per ricevere una guida su quello che dovevo fare. La risposta mi è giunta molto stranamente.
Quindi ho capito che non dovevo levare od estrarre nulla da me.
Dovevo lavare via ciò che mi faceva del male ed accettare le lezioni che mi ha lasciato.
Non getti una maglietta perché ha uno strappo. Lo rattoppi. E rimarrà come una cicatrice.
Quindi ho fatto un bagno nell’acqua calda, sacchetto di lavanda in acqua e la penombra del tramonto dopo una giornata solitaria. E non so come, ho sentito morire il mostriciattolo nero e nascere qualcos’altro.
Ho trovato un nuovo obiettivo. Una nuova missione. Un nuovo traguardo.
Ho capito che non importa veramente ciò che è stato ma ciò che posso fare da qui in poi.
E ho tante cose da fare, che posso fare.

Ed il fallimento ha perso lo suo schifo. Resta una brutta cicatrice, ma nulla più di un segno bianco.
Da allora le cose dentro di me sono cambiate.
A volte torna lo schifo, ma ne sono impermeabile.
Scavare fino in fondo dentro di te per tirare fuori ciò che non va, di cui ti vergogni, che rifiuti, a me non è servito.
Accettare che è successo, che ho sbagliato e che non voglio più sentirmi così è stato lo slancio per capire cosa posso fare veramente per cambiare. Partendo dal fatto che quel fallimento non definisce chi sono. E che io posso dare molto a prescindere dai fallimenti che possono essermi successi in passato.

Quindi, la morale qual è: dobbiamo cercare di riconoscere la nostra autenticità, anche se incorriamo in fallimento, e ricordarci che possiamo sempre andare oltre concentrandoci sul futuro e non rimuginando sul passato.

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